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Editoriale

Il Direttore de 'Il Cerchio' Giulio RolandoVecchi sogni per non perdere coraggio
di: Giulio Rolando

Compiegato a questo numero, gli abituali lettori della nostra Rivista riceveranno in omaggio una brochure illustrativa della linea editoriale comprendente, quasi a titolo di rinnovato ringraziamento, l’elenco dei collaboratori che, anno dopo anno, sono intervenuti con articoli o con interviste per rappresentare, comunque, il proprio libero pensiero. Devo dire che con non poca sorpresa mia e dell’ottimo tipografo che mi segue nella folle impresa di tenere in vita queste pagine – e con esse il flusso informativo e di riflessione rivolto alla comunità che ne segue con regolarità il divenire – ci siamo accorti che l’elenco nuovo ed aggiornato di tutti coloro che nel tempo con la loro firma hanno onorato Il Cerchio era tanto copioso da non poter essere incluso nelle solite pagine destinate a questo scopo. Siamo dunque ricorsi ad una nuova impostazione grafica, sperando di lasciare una traccia marcata della riconoscenza verso i tanti che con la loro artecipazione hanno dato di fatto una espressa adesione alla linea di ragionamento portata avanti con costanza, forse con caparbietà, ormai da quattordici anni. L’immagine futurista del don Chisciotte, riprodotta ogni volta nel bottello di apertura, è forse la più emblematica rappresentazione della caparbietà con la quale interpretiamo la mission che ci siamo data. Perché dunque aprire un numero importante con questo banale riferimento autoreferenziale? Non certo per vanità o per qualsiasi altra smania, bensì per rendere con chiarezza estrema un concetto di portata molto più vasta che, benché ripetuto, non credo sia ancora sufficientemente percepito. È dei giorni scorsi l’ennesimo pungente corsivetto di Michele Serra (l’‘Amaca’ di Repubblica del 15 giugno) nel quale, a proposito di Sgarbi che ha deciso di allargare la giuria di un premio letterario milanese anche a qualche nome estraneo alla rosa dei soliti noti intellettuali organici al sinistrapensiero (tipo Travaglio), ha sarcasticamente sottolineato che gli intellettuali di destra “disponibili su piazza sono pochini”. Fa salvi, è vero, i nomi di Marcello Veneziani, Marco Tarchi e Franco Cardini, ma ignora, lo “scriba rosso” come lui stesso pare definirsi, che non su piazza – perché la dignità propria dell’uomo di cultura di destra non prevede tale collocazione – ma negli uffici, nelle scuole,

nelle università, spesso nelle proprie case, vivono, operano, studiano e pensano centinaia e centinaia di persone pronte a recare la testimonianza di un alto retaggio di pensiero che non è stato condizionato dai lucrosi apparati informatici della sinistra. L’esempio, cari lettori, l’avete sotto mano con la piccola brochure densa di nomi eccellenti e dalle stesse pagine di questo numero della Rivista con la quale abbiamo voluto ripercorrere alcune tappe salienti della cultura letteraria del Novecento, richiamando figure eminenti del passato incardinate nel ricordo di eminenti pensatori, scrittori, giornalisti di oggi. E qui sta uno snodo importante del ragionamento. Hanno loro, quelli di sinistra, per oltre sessant’anni infierito più che sui vivi sulla memoria dei geni appartenuti ad un’altra epoca, comunque ad un’altra cultura. Come farebbe mai un Michele Serra di turno a rendersi conto addirittura dell’esistenza di talenti che si riportano nel loro ragionare al pensiero di Gentile, Marinetti, Pirandello, Evola, Ezra Pound, ad esempio. Non è certamente elegante fare nomi in questa sede ma, senza neanche sfogliare le pagine che seguono, già dalla copertina attraverso il logo del “Sindacato Libero degli Scrittori” e di “Futurismo Oggi” balzano nomi di spicco come Luigi Tallarico, Franz Maria D’Asaro, Gianfranco de Turris, Pierfranco Bruni, Francesco Grisi, Francesco Mercadante. Che ne sa Serra di tutti loro? Ritiene forse che appartengano al mondo dei riciclati che si lasciano scappare espressioni come “blocco sociale” e “nella misura in cui”? E allora diciamola tutta e fuori dai denti. Questo sistema è in totale disfacimento. È sotto gli occhi di tutti e, parlandone, ciascuno è sempre in grado di aggiungere una nuova riflessione, un ulteriore aspetto, un qualche nuovo elemento comprovante lo scollamento generale. Dal Presidente della Repubblica al più distratto cittadino tutti avvertono con angoscia il degenerarsi della società in cui viviamo. Potremmo fare tanti esempi, spaziando dalla politica all’economia, a tutta la società: dalle preoccupanti crescenti intersecazioni tra affari e politica, giù giù fino al fenomeno delle bimbe ‘cubiste’ e drogate, sino addirittura ad una associazione costituitasi per protestare nientedimeno perché la regione Lombardia, nella sua efficienza organizzativa, ha disposto che trovino sepoltura i frutti dei tanti aborti che altrove vengono dirottati verso la speculazione farmaceutica per trasformare i feti in pomate di bellezza. Ma allora che tempi sono questi? E soprattutto perché è possibile tutto ciò. La pseudo cultura dominante si è accanita per decenni nell’abbattere ogni più sacrosanto valore fondante: hanno ridicolizzato “Dio-Patria-Famiglia” per proporre in cambio che cosa? Hanno con caparbietà cancellato dalla memoria collettiva l’immensa esperienza di un secolo di progresso quale è stato il Novecento per surrogarlo con niente. Hanno con determinazione voluto cancellare con il sentimento della nazione persino l’esperienza innovativa del futurismo che ancora prima del fascismo, e non sempre in piena coincidenza con esso, rivoluzionò, modernizzandoli, i costumi, gli stili di vita, le menti stesse di un’intera generazione, mentre uno Stato efficiente realizzava le grandi opere urbanistiche, le grandi istituzioni sociali (Inam, Inps, Onm, i Dopolavoro…) nate sulla scorta della Carta del Lavoro. Ed oggi i partiti politici che dovrebbero porsi quali laboratorio di idee e di proposte, trasformatisi il più delle volte in centri di bassi affari, quale scenario sono in grado di proporre agli elettori che smagati purtroppo sempre meno numerosi si recano alle urne. Quali “Idee”, con la maiuscola, sono in grado di elaborare e di portare avanti con fermezza e coerenza? Eppure una via di uscita da questa prospettiva di nichilistico dissolvimento ci sarebbe. Un buon inizio di certo è quello di superare i logori antagonismi del passato per riconoscere e legittimare, con onestà intellettuale, quanto di valido è nell’esperienza, nella memoria, nella storia personale di ciascuno. Senza che nessuno rinunci alla sacralità della propria memoria, raccogliere i fermenti intellettuali che da ogni parte si levano. Sarà a questo punto, e solo a questo punto, possibile ritrovarsi attorno ad un ipotetico tavolo delle ‘pari dignità’ per immaginare e costruire assieme un futuro possibile. Con Il Cerchio sono anni che ci stiamo provando. E anche questo numero, nel quale si percorre per punti salienti il Novecento letterario – il tema più adatto alla discussione nell’ambito di un importante Premio letterario che si caratterizza per l’ampiezza del confronto – si apre con una rassegna delle più recenti acquisizioni librarie atte a centrare, da diversi punti di vista, il fermento in atto. Sono stati raccolti, come dire ‘in diretta’, i pareri di Arpaia, di Ghirelli, di de Turris, di Picardo. A Napoli e in Campania, dove per tanti versi (e non solo per l’emergenza rifiuti) stiamo anche peggio che nel resto del Paese, da Marco Demarco è stato offerto uno stimolo di riflessione che è parso andare proprio in questa direzione. In pochi giorni attorno al suo libro (L’Altra metà della storia-Spunti e riflessioni su Napoli da Lauro a Bassolino, Guida Ed.) si è acceso un dibattito davvero stimolante, che travalicherà, si spera, gli angusti confini locali per investire lo scenario politico e culturale nazionale, in quanto già sta coinvolgendo settori molto ampi e diversificati di sinistra (revisionisti e non), di destra e persino sta sollevando una presa di coscienza dei tanti che hanno nel recente passato, e ancora oggi, ceduto alle lusinghe del potere in questa regione. Questo, che è un capitolo a parte, lo potremmo titolare “Piripacchi contro”. Senza polemica, la compromissione della borghesia con il sistema di potere è pur sempre anche un aspetto per tanti versi rilevante sul quale il Direttore del Corriere del Mezzogiorno ha chiamato a riflettere anche il Presidente di Confindustria. Non demonizzare il passato è dunque un buon punto di partenza per imboccare la strada maestra del confronto onesto, unica via d’uscita per il superamento di un mondo, quello della cultura con la ‘c’ minuscola che più strettamente dipende dalla politica, sempre con la ‘p’ molto minuscola, quello per intenderci che non conosce la dignità della libertà, condizionato solo dalle logiche di appartenenza clientelare. Per concludere, ancora con una nota di autoreferenzialità, merita sottolineare una coincidenza perlomeno strana, ma forse non del tutto casuale. Il numero di Micromega in edicola in concomitanza con questo fascicolo de Il Cerchio, si apre con un graffiante editoriale nel quale, stigmatizzando i comportamenti della classe politica al Governo (ancora in carica nel momento in cui scriviamo), invoca a tutta voce le dimissioni del Ministro D’Alema per le evidenti compromissioni con gli incriminati protagonisti della finanza d’assalto. L’articolo si conclude testualmente con questa stoccata finale “nella più che secolare storia della sinistra non è dato ricordare un solo momento in cui i suoi dirigenti siano stati altrettanto disprezzati dai lettori e militanti”. Vi pare poco? Siamo perfettamente d’accordo. La singolarità non è solo in questa coincidenza tra l’opinione della rivista della sinistra critica e la nostra che, mai, in un percorso lungo, articolato ed evidentemente distante da Micromega, mai abbiamo rinunciato alla nostra precisa identità di destra. Il fatto strano è che quando Il Cerchio comparve per la prima volta in edicola nel 1995, nel dare la notizia, la Repubblica titolò – così come una sbiadita fotocopia sta ancora a testimoniare – “nasce Il Cerchio... Micromega della Destra”. Una coincidenza? Ma forse, come dire, un cerchio sta per chiudersi o meglio, speriamo, sta per aprirsi un tavolo delle pari dignità attorno al quale, nel rispetto dei ricordi di tutti, si saldino i sogni, si sviluppino le idee più alte che la politica, dal suo canto deve concretizzare in progetti e saper realizzare. Anche parlando di letteratura o di teatro ci si può cimentare su questa via.

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