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Editoriale

Il Direttore de 'Il Cerchio' Giulio RolandoLe ragioni del malessere Perché non possiamo non dirci preoccupati
di: Giulio Rolando

Non è molto facile in questo momento rivolgendosi a persone di buon senso, come certo sono il lettori de Il Cerchio, trovare ragioni fondate e condivisibili per una analisi dei tempi e per qualche sommesso ragionamento che solitamente viene sviluppato in queste pagine. È davvero problematico presentare un numero di fine d’anno, d’abitudine momento di sintesi di un percorso compiuto assieme ai lettori, di auguri a loro e alle loro famiglie, e spesso premessa di nuove ipotesi di impegno comune, in quanto in questo caso il tema dominante è quello del malessere che ci stringe tutti. E proprio a questo diffuso disagio – molto più di una sensazione – ho ritenuto onesto e sensato ispirare questo fascicolo, malgrado l’asperità degli argomenti, le possibili ovvietà e la sicura incompletezza, per l’intensità dei fenomeni che giorno dopo giorno ci colpiscono. Giovani e meno giovani, lavoratori, precari e affini, ricchi e meno ricchi per non parlare dei poveri vecchi e nuovi, gente di destra e di sinistra, nella politica e fuori, il tema unico del malessere diffuso ci circonda, ci avvolge e ci condiziona la vita. Una incertezza totale caratterizza poi il futuro. Prossimo o remoto che sia. Senza addentrarci in ogni singolo aspetto perché in fin dei conti da tutte le pagine di questa stagione, anche se in ordine sparso, emergono osservazioni e annotazioni riconducibili ad un quadro discorsivo unitario, diciamo subito che a Napoli, autentica capitale del malessere, tutto è più in grande, tutto è più vero, sino alla soglia del non credersi. Ed ora, per evidenti motivi d’interesse di alcuni, inizia addirittura a fare capolino un negazionismo di maniera volto a farci credere che stiamo vivendo in una situazione di quasi normalità, in linea con altre città d’Italia o del mondo, e comunque schiacciati da una presunta nostra dimensione antropologica. Ma prima di concentrarci su Napoli, cosa che faremo partendo dalla lettura dell’ultimo libro di Marco Demarco, splendido esempio di onestà intellettuale, e dalla conseguente intervista che ne rappresenta, come dire, un capitolo di aggiornamento, il sommario che presento, come di consueto, si articola e si sviluppa in più sezioni. Una di queste, la prima, ma non so se la più importante per quel che assieme vedremo, è rappresentata dalla politica, dal malessere che là in ogni quadrante regna sovrano. Molto recentemente (la Repubblica, 23 novembre) ha pubblicato un saggio su “La malattia che frena il socialismo”, spiegando perché in tutta Europa sono in difficoltà i par

partiti di sinistra e di centrosinistra. “L’Italia sarà pure uno dei pochi Paesi della Ue governati dalla sinistra, ma la sua capacità di tenere saldo il potere è esile proprio per questa ragione. Con la creazione di un Partito democratico nuovo ed inclusivo, la coalizione tenta di superare i suoi problemi di frammentazione” A detta del politologo “La principale ragione dei recenti travagli della sinistra è la mancata modernizzazione. Stare a sinistra un tempo significava avere la propensione a pensare in maniera progressista …Destra implicava conservatorismo, vale a dire, una difesa dell’ordine delle cose esistente di fronte al cambiamento. Oggi la modernizzazione non è una prerogativa della sinistra”. Ed è proprio di modernizzazione che oggi abbiamo un immenso bisogno. Ancora prima della pubblicazione del fondo di Repubblica, Andrea Manzi – commentando i contenuti della tavola rotonda promossa dal direttore del Roma il 19 ottobre, con la partecipazione dei filosofi Aldo Masullo e Giuseppe Cantillo, del sottoscritto e dei giornalisti dello storico quotidiano della Destra napoletana – in un pezzo titolato “È lontano il partito orizzonte” parlava con molto fondamento, nel giorno della nascita del Pd, del “vuoto e della paralizzante sensazione di vertigine che ne deriva: essere cioè cittadini del nulla, abitare in cima ad una vetta che affaccia sull’abisso”. Da sinistra a destra il passo è breve se Marco Tarchi, a proposito dei sommovimenti tuttora in atto su questo versante, osserva (Il Giornale) che “per passare al contrattacco An dovrebbe poter contare sul sostegno incondizionato di una base elettorale legata al partito da una cultura politica forte, ben definita, irrinunciabile, nettamente distinta da quelle di alleati e avversari”, cioè il concetto-cardine su cui noi stessi de Il Cerchio da sempre siamo impegnati. Non ci stancheremo di ripetere che non la nostalgia fine a se stessa, ma l’esperienza che collettivamente possiede la vasta fascia di italiani che non ha abiurato un passato – fatto sì delle tante ombre ben note a tutti per la martellante propaganda che da sinistra, con metodo bolscevico, è stata ed è ancora portata avanti – ma fondato, quel passato, su splendide realizzazioni di uno Stato che aveva voluto e saputo modernizzarsi. La bonifica pontina, l’acquedotto pugliese, l’EUR, rappresentano solo degli esempi di ciò che all’indomani della prima guerra mondiale, quando esplose un grande malessere forse ancora più grande di quello di oggi, lo ‘Stato nuovo’ seppe realizzare nel campo delle opere pubbliche. In fatto di diritti e di dignità dei lavoratori oggi di che staremmo a parlare senza i fondamentali dettati della Carta del Lavoro? Cosa sarebbe l’Italia di domani – e sottolineo ‘di domani’ – senza la consapovelezza dell’italianità dei geni della scienza e delle arti da Marconi, a Pirandello, a Mascagni? Senza nemmeno parlare delle grandi sfide vinte dal Futurismo. Ci è voluto Benigni in televisione, alla sua maniera, a ricordarci l’orgoglio per questa appartenenza. Quale politico di oggi sa collegare la propria azione ai valori del genio italico, da Dante in poi, nella consapevolezza che superata la logica del vecchio nazionalismo (cioè come esso si è espresso tragicamente nel XX secolo), occorre dare vita ad una politica tesa a riaffermare, con altri strumenti, i valori nazionali. Oggi – sostiene Massimo Scalfati – “l’appartenenza ad una Nazione passa per la tutela della lingua, della letteratura, del patrimonio archeologico, artistico e paesaggistico, del cinema e del teatro, della musica, delle tradizioni popolari e del folklore locale…” È con questo non con gli alchemici sotterfugi della politica di piccolo cabotaggio che si può vincere la scommessa contro il malessere che il nuovo secolo ci sta imponendo. Ed è stata la sincerità di Barbara Palombelli a riconoscere in una conversazione diffusa da ‘Dagospia’ che “è vero, il tabù della Destra in Italia c’è stato” e continua dicendo come fu ella stessa “la prima giornalista di un settimanale di Sinistra ad avere intervistato Giorgio Almirante: Si era al tempo dell’Europeo, primavera 1983, Craxi aveva invitato l’Movimento Sociale Italiano alle consultazioni per la formazione del Governo”. Si iniziava allora a voltare pagina. La grande stampa nazionale ‘scopriva’ cosa era rimasto nelle fogne dopo vent’anni di voluta dimenticanza. Andrebbe letta per intero questa ‘confessione’ della Palombelli perché fa ben capire a tutti come quelle rimozioni e quelle generalizzate dimenticanze possano essere, oggi, la causa del malessere che viviamo. Si potrebbe dire – per rendere ancora più l’idea con una metafora abusata – che, con sorprendente coralità, con l’acqua sporca (ricordo degli eventi bellici) si è voluto gettare via anche il bambino, cioè le prestigiose conquiste di civiltà e modernità che prima si erano conseguite ed affermate. Da un quadrante all’altro, sono sorprendenti le analogie nei comportamenti, nei metodi sarebbe meglio dire, con cui la politica tenta di dare risposte a questa complessa società in evoluzione, avvitata nei suoi mali e che a mala pena addirittura riesce a districarsi tra laicismo e religiosità, tra “fede e ragione”, come il Papa ci insegna. A Napoli sono tanti, troppi, i fatti che ci rendono la vita impossibile, le cause di un malessere che investe le menti e le coscienze. Che speranze ci sono? In occasione della visita di Papa Benedetto, il 19 ottobre scorso, P. Giuseppe Reale, sul Roma di quello stesso giorno, in un lungo articolo scriveva “in realtà, il futuro ci appartiene solo se ci interesserà cercarlo, se ci riguarda davvero poterlo immaginare, organizzarlo in memoria della dignità della nostra storia e doverosamente per il domani delle prossime generazioni. Ci piace che si associ la nostra città a questa capacità di immaginare la speranza come una virtù attiva, come un pensiero progettuale, come una declinazione della responsabilità civile in un tessuto sociale che è sismico di per sé…” È tempo che alla giusta denuncia, alle motivate manifestazioni di protesta, si sovrapponga una progettualità connotata di concretezza e di fattibilità. Ecco dunque il personale invito a quanti volessero fa sentire la propria voce per prospettare concrete iniziative, anche di portata limitata, ma da realizzare in tempi certi, con risorse ben individuate, con ben precise responsabilità direzionali, dando cioè concreta applicazione della fondamentale regola del management di definire dove, quando, chi deve fare che cosa. Il Cerchio offre lo spazio del prossimo numero, il primo del 2008, a questo panel di idee e sin dalle pagine che seguono, con prassi insolita, fornisce esempi di imprenditoria vincente di casa nostra perché si capisca bene che questa è la sola strada per rimuovere la pesante cappa di piombo che grava sulla testa di tutti. Per uscire dalla trincea del malessere e portare i nostri giovani all’assalto di un futuro possibile, ergiamoci tutti assieme a sentinelle della legalità, della ragionevolezza, del buon senso, della capacità del fare piuttosto che del criticare, della dialettica senza inutili aggressività o volgarità. Mostriamoci preoccupati piuttosto che ‘incazzati’, manteniamo a piè fermo, come da sempre facciamo, con stile e dignità il valore della storia che ci appartiene.

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