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Editoriale

Il Direttore de 'Il Cerchio' Giulio RolandoLa cultura del confronto
di: Giulio Rolando

"Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità". È questa un delle idee fondamentali enunciate nel Manifesto di Parigi del 1909, fondativo del Futurismo.
Oggi, a cento anni di distanza, il governo di Silvio Berlusconi sta riempiendo di nuovi contenuti e significato l'affermazione di F.T. Marinetti, imprimendo alla politica la bellezza della velocità.
Segnatamente in un periodo di crisi generalizzata come quella che in questo autunno attraversiamo e che, si badi, prima di essere finanziaria ed economica, è di valori, di sentimenti, di mancanza di aspettative tanto da far dire ad Ernesto Galli Della Loggia, già all'indomani della affermazione elettorale (Corsera del 22 luglio), che l'Italia di oggi appare un Paese inerte. L'analisi del 'fondo' dell'insigne politologo continuava sottolineando che l'inerzia italiana gli pareva attribuibile al "venir meno di un'energia interiore, il perdersi del senso del senso e delle ragioni del nostro stare assieme come Paese, delle speranze che dovrebbero tenere legato il primo alle seconde. È un lento ripiegare su noi stessi, un'incertezza che ci ha fatto deporre ogni ambizione, ogni progetto". E proseguiva ancora con l'affermare che oggi ha bisogno di riprendere il filo della sua vicenda in quanto nazione . . . ", domandandosi poi se la destra avesse consapevolezza di tutto ciò.
Tanto fondate ci apparvero, e ci appaiono, le premesse del ragionamento di Galli Della Loggia che noi stessi indirizzammo ai nostri stimati lettori, prima dell'estate, un fascicolo un po' speciale intitolato "memorandum per il nuovo Governo" nel quale per l'appunto riflettevamo su una serie di questioni ritenute di primario rilievo per politici che avessero a cuore la creazione di uno Stato nuovo. A solo poche settimane dalla pausa estiva molte risposte sono state già fornite dal Governo e tutte sul piano della concretezza. In queste stesse poche settimane molti altri accadimenti si sono succeduti e tuttavia vale iniziare condividendo ancora una volta con Galli Della Loggia, che "il momento straordinario che stiamo vivendo e la necessità che esso pone sono fatti apposta per attribuire all'Istruzione e alla Cultura un grande compito politico ... quello appunto di rianimare il Paese tutto, di aiutarlo a riannodare il filo della sua storia, e dunque a ritrovare senso e identità, alla fine fiducia in se stesso. Istruzione e Cultura, infatti, hanno a che fare nella loro essenza con il Sapere, il Passato e la Bellezza, cioè con il cuore dell'identità italiana".
La presentazione di questo numero della Rivista potrebbe anche esaurirsi con questa annotazione. Ma, a causa di un clima politico spostatosi dal dialogo al confronto spesso aspro e pretestuoso -ha comportato che i temi che proponiamo (argomenti su cui si gioca il nostro domani: la scuola, la ricerca scientifica, la compatibilità ecologia-economia) dovessero inquadrarsi in un più ampio contesto ideale (non ideologico) fatto di figure, istituzioni, vicende culturali, di oggi e di ieri, senza il cui ricordo, o meglio, senza la cui conoscenza certo non si può né dialogare né tampoco competere.
Andando per gradi, e introducendo come di dovere alla lettura di questo fascicolo, il primo argomento sotto gli occhi dei lettori, quello più cocente ed attuale è la scuola.
È sembrato, più che opportuno, necessario proporre in apertura una riflessione sulla istituzione scolastica mediante la diretta testimonianza del Presidente della Commissione Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati che, in un'intervista esclusiva di Alfonso Piscitelli, puntualizza i passaggi essenziali di una riforma che -al di là di ogni cavillo di merito sicuramente messo in campo dall'opposizione, magari strumentalizzando la presenza in piazza di inconsapevoli masse studentesche- da sola potrà ridare ossigeno alla istituzione fondamentale per sperare in un futuro possibile. E, ricorrendo ancora una volta all'analisi di Galli Della Loggia (Corsera 23 agosto), per inquadrare il problema in un contesto di più ampio respiro, bisogna pure ricordare in apertura di questo capitolo come "il profondo marasma della nostra scuola, il grande marasma preso in essa dal burocratismo, dalle riunioni, dalle questioni di metodo, dalle difficoltà docimologiche, a scapito dei contenuti, è lo specchio di un Paese che non riesce più a pensarsi come nazione da quando la sua storia ha attraversato negli anni 60-80 la grande tempesta della modernizzazione. È da allora che l'idea del nostro passato si sta dileguando insieme alla consapevolezza dei suoi grandi tratti distintivi. E non a caso è da allora che è diventato sempre più difficile anche organizzare il presente e immaginare il futuro".
Prosegue l'illustre A. con un'altra osservazione da noi stessi da sempre condivisa sulla "necessità di riappropriarsi del passato e della propria tradizione per ritrovarsi: questo è il compito urgente che sta davanti al Paese che sa e che pensa".
Probabilmente, detto per inciso, il riappropriarsi del passato comporta una qualche revisione dell'abusato concetto di "male assoluto". Un concetto sul quale l'Ambasciatore Romano (Corsera 20 settembre) attraverso la rilettura di una lettera di Noberto Bobbio ad Augusto Del Noce del 18 gennaio 1980 -ha chiarito molto incisivamente la portata storica e il significato filosofico, di fatto mettendo la parola fine ad un'altra superflua diatriba, utile solo a impastoiare l'azione di governo in inutili perdite di tempo.
Lo stesso Michele Serra, l'opinionista de la Repubblica (24 settembre), di indiscusso orientamento di sinistra, afferma testualmente nell'ambito di un ampio servizio sul Pensiero sbrigativo -la Destra che sceglie di semplificare "la proposta Gelmini è quasi geniale. L'idea forza, quella che arriva a una pubblica opinione sempre più tentata da modi bruschi, però semplificatori, è che gli arzigogoli "pedagogici ", per giunta zavorrati da pretese sindacali, siano un lusso che la società non può permettersi. Il vero "taglio", a ben vedere, non è quello di un personale docente comunque candidato -una volta liquidati i piloti, o i fannulloni, i sindacalisti o altri- al ruolo di ennesimo capro espiatorio. Il vero taglio è quello, gordiano, del nodo culturale. La nostalgia (molto diffusa) della maestra unica è la nostalgia dell'età dell'oro -secondo l'articolista- irreale ma seducente nella quale la nefasta 'complessità' non era ancora stata sdoganata da intellettuali, pedagogisti, psicologi, preti inquieti, agitatori politici e cercatori a vario titolo del pelo nell'uovo.
Una società nella quale il principio autoritario era molto aiutato da una percezione dell'ordine di facile applicazione, nella quale il somaro era il somaro, l'operaio l'operaio e il dottore dottore" e va vanti lucidamente affermando ancora con chiarezza e fuori dai denti "La sinistra ha molto di che riflettere: la formazione culturale e perfino esistenziale del suo personale umano (elettorato compreso) è avvenuto nel culto quasi sacrale della complessità del mondo e della società, con la cultura eletta a strumento insostituibile di comprensione anche a rischio di complicare la complicazione".
E siamo così al nocciolo essenziale, alla vera e unica chiave di lettura per afferrare il senso autentico di tutto quanto caratterizza la vicenda politica di questi ultimi mesi: una forza di governo che, forte del consenso democratico, ben più ampio dei numeri delle urne e dei sondaggi, procede come una locomotiva verso l'ambizioso traguardo del rinnovamento, con di fronte a sé una opposizione frammentata e velleitaria capace solo di abbaiare stizzosamente, nell'unico intento di rallentare l'irreversibile marcia verso il nuovo innestata da Berlusconi.
Questa premessa per cercare di dare il senso di una stagione iniziata all'insegna del dialogo e poi man mano, per rapporto all'accelerazione berlusconiana, trasformatasi in sterile battaglia di retroguardia da parte dell'opposizione. Una inutile scherma volta solo alla conservazione di residue posizioni di potere di qualcuno, piuttosto che in contributi di idee e di proposte alle indispensabili riforme, come più volte auspicato anche da Angelo Panebianco (Corsera 28 settembre).
Un fascicolo, questo, volto ancora una volta a fornire un costruttivo contributo propositivo trattando argomenti la scuola, la ricerca scientifica, la compatibilità ambientale sui quali certo si potrebbero instaurare costruttivi confronti, per accelerare ancora la costruzione dello Stato nuovo e per non affossare la speranza di un nuovo vivere civile. E soprattutto - come ha scritto Marco Demarco (Corriere del Mezzogiorno 15 agosto) riferendosi alla situazione generale ma con un esplicito riferimento a Napoli ''Per dare dignità al Paese, uniformarlo su standard alti di civiltà".
Altre questioni, nient'affatto indifferenti per il futuro, si sono poste in questi mesi appena trascorsi e, naturalmente, nella compilazione del sommario se ne è dovuto tenere conto. Alle preoccupazioni che il decisionismo berlusconiano, la cosiddetta "deriva autoritaria", ha sollevato, non soltanto nella opposizione marxista ma anche in alcuni ambienti cattolici di sinistra, ancora una volta ha dato esauriente risposta Sergio Romano (Corsera 5 ottobre) risolvendo i dubbi (anche di Mario Segni) con precise argomentazioni sintetizzabili nella frase "mentre lei teme la deriva autoritaria, io temo che il Paese non riesca a recuperare il tempo perduto sulla strada della modernità" e con questo, credo, che il discorso avrebbe potuto agevolmente ritenersi concluso.
Ma si è aperta una nuova pagina in quanto, dall'interno della stessa Destra, sono state sollevate questioni che, riferendosi a fatti storici e che quindi solo alla competenza degli storici dovrebbero essere lasciate, in qualche modo si collegavano alla attualità politica, anche per i tempi e i modi con cui sono piovute sulle pagine dei giornali. Alessandro Campi, cercando di spiegarle su Il Mattino del 1 ottobre, ha concluso una serie di tre interventi (iniziati già il 1 settembre) che meritano una riflessione perché da quei 'fondi' è scaturita per noi l'esigenza morale di maggiore chiarezza e precisione. Una esigenza che ha comportato, in questo numero della nostra Rivista, di dover evocare figure come Prezzolini, Bottai, Marinetti, ma anche di uomini come Elio Vittorini o Cesare Pavese, tutti accomunati dal non aver cercato nella dicotomia fascismo/antifascismo la propria ragion d'essere di autentici intellettuali.
Una compagine di studiosi attenti (da Pierfranco Bruni a Antonio Carioti, da Marilena Cavallo a Luigi Iannone, da Gerardo Picardo a Gennaro Sangiuliano, a Ciriaco M. Viggiano e sino a Luigi Tallarico), con articoli e interviste, si sono impegnati a ricondurre il dibattito su un piano più consono ad intellettuali scevri da condizionamenti, senza peraltro mostrarsi indulgenti verso "lo sfascismo" (come dice Berlusconi) di chi nega il valore delle esperienze (non fotogrammi!) della Nazione in una stagione di dignità e di prestigio.
Credo comunque che la parola definitiva su questa dolorosa querelle, nella quale un po' tutti ci hanno perso la faccia, spetti a buon titolo a Marcello Veneziani quando dice che una destra viva e vera non nutre affatto desideri di revanscismo ma difende la revisione storica e difende il diritto ad avere un diverso giudizio storico sul passato, “fermo restando che una vera destra sta con la tradizione e non si chiude in uno scorcio turbolento del passato".
In fatto di revisionismo non finiscono mai le sorprese: autorevoli storici inglesi hanno messo la lente di ingrandimento nientemeno che su Churchill, il padre della patria della moderna Inghilterra. Il Cerchio ha voluto aggiungere una pagina nuova a questa storia ancora così poco nota attraverso una inedita e diretta testimonianza raccolta da Ciriaco M. Viggiano. Certo potrà nascere qualche nuovo dubbio su quale fosse in quel non troppo lontano 1940 la parte giusta o quella sbagliata in una tragedia umana, da tutti condannata, come è la guerra.
Come al solito il nostro sommario si concentra poi su Napoli e sul Mezzogiorno. La "locomotiva Berlusconi" è passata per Napoli e qui sta lasciando cospicui segni della sua attenzione. Ci piace, con Giuseppe Galasso (Corriere del Mezzogiorno del 18 luglio), richiamare al capo del Governo "almeno tre punti di emergenza napoletana ancor Più grave che per i rifiuti, e addirittura secolare: la criminalità, la struttura economica cittadina e la scuola. Sono tre croci che spiccano in quella 'corona di spine', come Nitti (che in ciò qualcosa di buono fece) a suo tempo definì il soffocamento urbanistico di Napoli. " E proprio dall'urbanistica prende l'awio delle nostre pagine dedicate alla Città, dense di autorevoli interventi di esperti e cattedratici (Pasquale Belfiore, Domenico Orlacchio, Raffaele Raimondo che formulano dalle nostre pagine proposte di sviluppo reale, così come auspicato da Gerardo Ragone sul Corriere del Mezzogiorno solo pochi giorni fa perché “quando si vive con l'acqua alla gola, come è il caso della Campania, la prima cosa da fare è trovare un buon progetto di governo in grado di tirare fuori la collettività dalla palude in cui è finita".
E per questa nostra Città davvero occorre ora metodo ma anche fantasia e creatività.
Molte pagine abbiamo dedicato al Futurismo perché, ne siamo convinti, da quella esperienza di cent'anni fa che, non fu solo artistica ma anche di pensiero e che tanto incise sui comportamenti degli italiani e sulla politica del Paese, una lezione se ne può ancora trarre.
Il Presidente del Consiglio, sin dal discorso del "predellino", dal movimento marinettiano sembra aver mutuato lo stile innovativo e soprattutto la velocità d'azione. Una velocità che certamente spiazza gli avversari ma anche, alle volte, gli stessi alleati.
La presenza futurista a Napoli nel passato è stata molto incisiva (nel prossimo numero di fine anno certo torneremo a parlarne). Già domani, per i grandi appuntamenti che ci attendono sulla via del rinnovamento, di quella cultura -che del nuovo e della velocità aveva fatto la sua religione- non si potrà fare a meno se davvero si vorranno riaccendere le speranze di un nuovo vivere civile.
Di Napoli si parla tanto, tanto si riflette sul suo futuro e tante cose sensate -come si è visto- da ogni parte si dicono e si propongono. Credo che il vero salto di qualità che tutti assieme si deve compiere sia quello della comprensione delle ragioni degli altri, instaurando un clima di autentico confronto che con velocità porti questa città verso i nuovi traguardi che l'attendono e che certo merita.

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