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Editoriale

Il Direttore de 'Il Cerchio' Giulio RolandoImpegno per il cambiamento
di: Giulio Rolando

Mentre in tutto il mondo con velocità inaudita tutto sta cambiando, in questa nostra Città, invece, sembra che nulla possa mai cambiare. Giorno dopo giorno, “passo dopo passo”, affondiamo nella morta gora della più perversa conservazione. Quel che è più grave, la conservazione del peggio. È evidente a chiunque che così non si può più andare avanti. Nel momento in cui con Il Cerchio varchiamo la soglia del XV anno di pubblicazione, propongo ai perseveranti lettori un numero unico, nell’unico intento di evidenziare quanto possa essere rilevante in questa assurda fase di stallo dei valori civili il recupero di una mentalità aperta al nuovo. E dunque, in uno scenario globale tutto nuovo (e nemmeno intuiamo ancora quali altre sorprese ci siano dietro l’angolo del futuro), per un Paese che seppure a tappe forzate sta cercando di realizzare le necessarie innovazioni istituzionali per riformare se stesso, non trovo altro miglior modello su cui ragionare che quello della innovazione futurista che si impresse nel carattere degli italiani appena cent’anni fa. In una Regione e in una Città bisognose di un totale rinnovamento, ancora più che altrove, oggi come allora, il messaggio universale di Marinetti assume una particolare valenza e va recepito con immediatezza e con profondità.

In una Regione e in una Città bisognose di un totale rinnovamento, ancora più che altrove, oggi come allora, il messaggio universale di Marinetti assume una particolare valenza e va recepito con immediatezza e con profondità. Come scrisse Luigi Tallarico nel primo numero dei nostri Quaderni (“La Ricerca dello Stato Nuovo” del 1996) l’importante operazione del rilancio culturale di Napoli, compiuta negli anni Trenta, è una verità mai posta in discussione in sede storica negli ultimi cinquant’anni. Nemmeno ai tempi della contestazione, contrassegnata dalla indiscriminata damnatio memoriae, come ritorsione ideologica dell’antifascismo refoulé. Soprattutto non è venuta meno la convinzione che il risanamento urbanistico (rione Carità e realizzazione nel 1936 del Piano inoperante dal 1888), come l’incremento architettonico (gli interventi degli architetti Piacentini e Vaccaro, Bazzani e Canino, Cosenza e Franzi) e il grande fervore del- le arti figurative (Mostra d’Oltremare con Piccinato, Canino e Prampolini), è stato il frutto di una felice e organica gestione politica del territorio, nell’ambito ideale della Nazione. Appare pertanto indubbio che proprio i futuristi napoletani – che avevano vissuto con Depero e Prampolini la “folle tensione” del nuovo, dopo aver consumato la “forsennata passione dei tramonti feriti tra Ischia e Capri”– non potevano considerare il “sentimento” di Napoli solo nella sua dimensione intimistica e come immagine localistica. Era chiaro a tutti che la “folle tensione” del nuovo, che animava gli artisti napoletani, non poteva essere scambiata con le for- mule ideologiche di un partito politico, che invece era teso a tramutare la teoresi in azione e prassi per tutta la Nazione. Si deve a questa necessità di rinnovamento da tutti avvertita la necessità di costruire una comunità, di riorganizzare lo Stato, soprattutto di trasformare o sostituire la classe dirigente, che è il vero motore della mutazione gestionale del potere. In effetti – va avanti Tallarico – il futurismo degli anni Trenta, a Napoli, non guarda all’indietro, ma nel contempo non effettua una fuga in avanti, inventando una realtà che non c’è e compiendo se mai una presa d’atto non utopica della realtà esistente. Con tutta la modestia dovuta quando ci si ricollega in qualche modo ad eventi e personaggi di tanta grandezza, riproponendo lo schema di pensiero e di comportamenti che fu proprio di quel tempo non intendiamo certo andare all’indietro, né tampoco effettuare fughe in avanti, magari con non volute invasioni di campo, ma solo mettere la lente di ingrandimento su una realtà oscurata per troppo tempo dalle credenze ideologiche della ricerca storiografica su Napoli negli anni Trenta. Ciò che appena ieri fu possibile per questa Città, si presenta oggi come schema ideale per un domani migliore. Il futurismo napoletano fu una vicenda affascinante – come ha scritto Vincenzo Trione (Il Mattino del 22 gennaio) – che non appartiene all’archeologia della cultura locale, ma è traccia indispensabile per comprendere il senso di molte sperimentazioni del secondo dopoguerra. È la stessa convinzione che trasuda da ogni pagina di questo fascicolo che apre di fatto il quindicesimo anno di pubblicazione e che già nella veste grafica in qualche modo si richiama a schemi futuristi. Ma vale evidenziare soprattutto, già in apertura, il valore delle firme che hanno accolto l’invito a collaborare a questo ragionamento di gruppo dandoci una interpretazione sicuramente originale, frutto di riflessioni scaturite dallo studio di documenti molte volte inediti. Già in premessa corre l’obbligo di ringraziare, citando nell’ordine del sommario, Francesco D’Episcopo, Matteo D’Ambrosio, Lucio Ciccone, Luigi Tallarico, Pierfranco Bruni, Marilena Cavallo, Paolo Perrone Burali, Maurizio Vitiello e, non ultimo, l’architet to Giuseppe Albanese che, avendo nei suoi studi affrontato lo specifico tema dell’arredamento, si rende promotore di una Mostra sul mobilio dell’epoca e sulla figura e l’arte di Cangiullo. Il Cerchio potrà quindi menar vanto di aver contribuito alla realizzazione dell’unica iniziativa di spessore con la quale Napoli, dopo Parigi, Rovereto, Milano e Roma, celebrerà il centenario del manifesto marinettiano. Voltando pagina, non meno importante è la sfilza di argomenti e di nomi che compongono questa prima parte del fascicolo, con cui si chiude un’annata segnata da grande impegno: prima la denuncia del malessere di Napoli, poi, subito dopo le elezioni, l’analisi dei principali temi all’attenzione del nuovo Governo, poi, ancora, gli argomenti e i personaggi del confronto, la condizione ineludibile per l’espressione di una nuova civiltà politica, ed ora, infine, quello che presentiamo oggi, dedicato all’approfondimento e alla sensibilizzazione su grandi temi civili: il diritto, la storia, la politologia. Tenendoci in verità, in questo caso, un po’ distanti dalla politica, quella con la ‘p’ minuscola che specialmente a Napoli e nel Mezzogiorno in questi ultimi tempi sta fortemente deludendo e sulla quale una rivista di cultura non può impegnarsi più di tanto, tendendo invece alla ricerca del- la qualità dei ragionamenti e degli interlocutori. Eccomi dunque a presentare un sommario di eccezione che vede impegnati i nomi e le firme di Giuseppe Santaniello, di Ernst Nolte, di Domenico Fisichella, di Marcello Veneziani, di Renato de Falco. Di ognuno di essi i valenti collaboratori de Il Cerchio hanno raccolto le libere opinioni, per dare voce a riflessioni a tutto campo su tanti argomenti il cui approfondimento è certo essenziale per comprendere appieno il senso di quest’epoca di cambiamento Al lettore che ha avuto la pazienza di seguire fino in fondo una presentazione che necessariamente doveva partire da lontano, devo ancora suggerire di dare una scorsa al sommario nella sua interezza per apprezzare appieno la ricchezza degli argomenti e la bravura degli Autori-collaboratori che ci hanno accompagnato in questo lavoro. Una chicca per autentici intenditori è rappresentata dal racconto di Pietro Lignola “Storia di un governatore”. Giocando con la storia, com’è nel suo stile, il noto magistrato-scrittore dona ai lettori un’inedita pagina romanzata su cui comunque riflettere. È questa un’altra novità con cui si chiude un’intensa annata editoriale e, voltando pagina, si torna al tema di un futuro tutto nuovo che ci aspettiamo.

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