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Editoriale

Il Direttore de 'Il Cerchio' Giulio RolandoElementi per un serio confronto
di: Giulio Rolando

Marcello Veneziani, come tutti sanno, è un vero maestro nell’uso delle parole. A lui, come forse a nessun altro, riesce, attraverso metafore o iperboli, di rappresentare con immediatezza e straordinaria efficacia il senso di ciò che accade. In occasione della sua ultima, in ordine di tempo, venuta a Napoli, sulla terrazza del Circolo Savoia fummo raggiunti dalla notizia della famosa pronuncia della Corte sul Lodo Alfano e non persi l’occasione, a quattr’occhi, di rubargli al volo un’impressione. A mezza voce mi disse “siamo nel mezzo di una guerra incivile”. Una battuta, se vogliamo, ma che forse meglio di ogni altra analisi o approfondito o documentato ragionamento sintetizza questa "nostra epoca fredda e cinica" che, sempre con le sue parole, non sappiamo ancora per quanto tempo il Paese potrà sopportare. Il senso di quella battuta Veneziani lo ha poi ripreso e sviluppato compiutamente (Il Giornale del 9 ottobre) evidenziando come in questo clima "tutto si fa più cruento e gridato, il ripensamento della storia, il rapporto tra religione e laicità, i temi della bioetica…." Per tale motivo, in questo numero di fine anno, ho il piacere di presentare un ventaglio di Autori e di opinioni ancora più ampio del solito e – come sempre da quando la Rivista è nata – pienamente e integralmente rispettate. Mai come oggi, collettivamente va compiuto lo sforzo della comprensione delle ragioni degli altri.

Mi rendo conto che non sempre sarà facile. E perciò in buona misura le tesi esposte, qualsiasi l’angolo di osservazione, sono elaborazioni del più alto livello, spesso accademico, così che ogni eventuale susseguente dibattito, da noi stessi animato, potrà evidentemente essere più fondato e anche più pacato, su un indiscutibile piano di qualità. E questo dopo una stagione, quella estiva appena conclusasi, che resterà memorabile per lo scadimento delle argomentazioni messe in campo a volte con molta violenza da un esercito rabberciato di non ingenui interlocutori, eccitati da una pubblicistica di parte sicuramente priva di buon gusto e forse anche di intelligenza, visti gli scarsi risultati conseguiti in termini di consenso. Un antagonismo “non solo emotivamente spiacevole”, come ha scritto Giuseppe De Rita (Corriere della Sera, 13 ottobre) “ma anche infecondo e inutile”. Ecco dunque perché, in rapida successione, nelle pagine che seguono i lettori de Il Cerchio sono invitati a riflettere e a documentarsi su temi cruciali per il presente e per il prossimo futuro. La ricchezza delle argomentazioni è tale da rappresentare, comunque la si pensi, un sicuro arricchimento per ciascuno. L’incipit di questo fascicolo è rappresentato dalla lectio magistralis pronunciata dal Presidente della Camera dei deputati all’Università di Napoli sul tema della “Rappresentanza e governo nell’era della globalizzazione”, seguita da riflessioni non meno incisive parimenti elaborate in sedi accademiche quali le libertà religiose o ancora sul tema non meno cruciale del biotestamento e accanimento terapeutico. Si tratta di ragionamenti su cui, per la dignità stessa di chi investe del tempo nella lettura, vale certo la pena soffermarsi. La proposta editoriale, come è proprio di una rivista che si pensa e si scrive a Napoli, si allarga poi diffusamente sul Mezzogiorno, nel solco ancora una volta della più alta scuola di pensiero, quella di Compagna e di Galasso, per citare solo qualche nome tra gli Autori presenti in sommario. Occorre aggiungere che lo stesso Presidente Gianfranco Fini contemporaneamente (Il Mattino del 10 ottobre) dopo aver ricordato che “l’insegnamento dei Saraceno e dei Compagna fu quello di affrontare il problema meridionale come grande questione nazionale” sostiene che per Il Mezzogiorno serve un patto nazionale affermando testualmente che “il problema del Meridione non riguarda solo i meridionali, ma tutti gli italiani. E come tale deve essere vissuto e affrontato”, per giungere alla conclusione che “oltre all’interesse del Paese c’è qualcosa di più profondo: il valore della Nazione. E della Nazione intesa come comunità politica unita innanzi tutto dalla percezione di un comune destino. Questo profilo era chiaro già a Mazzini l’Italia – disse l’apostolo del Risorgimento – sarà quel che il Mezzogiorno sarà. Ricordiamocelo”. Paolo Macry, storico di rango e studioso attento dei problemi del Mezzogiorno, il giorno seguente, dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno, commentava dicendo “C’è qualcosa di profondo che sta trasformando il modo di pensare dei meridionali. Per la politica, è un’occasione rara per trasformare valori ancora germinali in riforme anticorporative, regole imparziali, spazi di iniziativa e di libertà. Mai da un secolo a questa parte, la società meridionale era sembrata altrettanto disponibile a una rivoluzione culturale”. È questo un traguardo che può essere conseguito – e questa strana stagione che stiamo vivendo ce ne offre esempi – purchè si superi, vogliamo aggiungere, un altro ostacolo non da poco. Non mi riferisco evidentemente alla dicotomia fascismo/antifascismo, ormai consegnata al passato, non foss’altro che per motivi anagrafici, bensì alla violenza culturale subita da parte di “una storiografia cinquantennale che si fondava su falsità e reticenze” come ha riconosciuto di recente Sandro Bondi (Corriere della Sera 16/9), continuando con l’evidenziare come l’intellighenzia di sinistra “persista in una autoreferenzialità sterile e vinca solo in mondi chiusi, perché essa si riduce a tecnica di gestione di potere. La crisi della sinistra è innanzitutto una crisi culturale, e l’incapacità dei suoi intellettuali di misurarsi con la realtà è causa primaria”. Il vero problema è l’aver voluto rimuovere in blocco il ricordo e la conoscenza di una esperienza nazionale, cioè di tutti gli italiani, di un periodo storico, molto più lungo dei vituperati vent’anni, durante il quale nei costumi e nei comportamenti, nel diritto e nella legislazione, nell’arte e nell’architettura, nella realizzazione delle opere pubbliche, tanti esempi di alto valore ci sono stati dati. Ed ora si parla ai giovani del loro futuro senza che si sappia nulla o quasi di questo passato. Una generazione, la nostra, che, per la spinta coercitiva del marxismo, ha elaborato e implementato il metodo della dimenticanza. Una dimenticanza totale investe anche la memoria di fatti e persone molto più vicine nel tempo. Si ignora già la portata e la capacità della classe dirigente postbellica che in poco più di cinque anni rimise in piedi un Paese distrutto dalla guerra. Ed oggi, gli epigoni di coloro che escogitarono un metodo così perverso ne pagano loro stessi le conseguenze perché – è sotto gli occhi di tutti – stentano a trovare proposte politiche credibili al passo con i tempi. Noi no. Con forza, spesso quella della disperazione, abbiamo conservato e difeso la memoria. In un apposito capitolo, al centro di questo fascicolo, eccellenti ‘apostoli’ di quella memoria, Baldoni e Argiulo, ci trasmettono i fondamentali di un passato da non dimenticare. E poi, l’esempio del Futurismo. Ci sono voluti cento anni perché in Italia (all’estero no) si tornasse a parlare con rispetto della più grande avanguardia del pensiero artistico del mondo, dagli Stati Uniti alla Russia. Ed oggi? Con tanta disinvoltura oggi chiunque si impossessa di questa ricorrenza e a noi che là abbiamo da sempre le radici, legati alla memoria di Laura Serra ed Emilio Buccafusca, Piero Girace e Francesco Grisi, Francesco e Elio Bruno, e che oggi ci riferiamo al sapere di Paolo Perrone Burali, Luigi Tallarico, Pierfranco Bruni, Gerardo Picardo e Marilena Cavallo, tutto questo sta bene lo stesso. Basta che venga rimossa la coltre di dimenticanza e di ignoranza, forse qualche speranza c’è. E certo Ugo Carughi, autorità nel mondo dell’arte, nelle pagine che seguono ci offre un saggio inedito della sua alta conoscenza. Da parte nostra, noi de Il Cerchio, siamo reduci da un anno di impegno pieno sull’argomento che da Palazzo Serra di Cassano prima e, poi, da Palazzo Reale con la ‘Mostra Zang! Il mobile futurista’, dalla mostra di Roma sino al Premio Scanno, non abbiamo mai omesso di rifletterci su e di parlarne. Di questo impegnativo percorso diamo nelle pagine seguenti ampio rendiconto, anche se i nostri lettori dalle rubriche culturali della più qualificata stampa hanno potuto seguire passo per passo i passaggi più significativi. È ghiotta l’occasione per rivolgere in questo momento un ringraziamento ai tanti colleghi che dalle colonne dei quotidiani si sono soffermati sulle iniziative de Il Cerchio nel centenario del Futurismo. Tolleranza e confronto dovrebbero rappresentare parole d’ordine. A Napoli in questo siamo fortunati perché il Cardinale Sepe, un grande personaggio, tra le tante sventure e le tante impossibilità di questa città, non perde l’occasione di aprire squarci di visioni ampie, come di recente sui rapporti di Napoli con la Cina. Si parla diffusamente della sua opera e del suo pensiero nelle pagine di “orizzonti internazionali,” aperte da un intervento del Cav. Lav. Alfredo Diana, già Ministro dell’Agricoltura, sulle nuove forme di colonialismo nell’epoca della globalizzazione. Ancora una invocazione alla collaborazione e alla integrazione. A Napoli, come di consueto sono dedicate molte pagine de Il Cerchio. Anzi in questo caso, a saper leggere, la cultura e le positività di questa città sono rappresentate in ogni pagina. Già dalla copertina che riproduce una rara aeropittura trovata e descritta da Paolo Riario Sforza, si può dedurre il forte legame di tutti noi alla nostra terra e al nostro mare di cui offriamo una inedita visione colta dall’interno di casa Malaparte. Quella stupenda visione non impedì mai all’Autore de “La pelle” di saper vedere e descrivere i mali oscuri di una città in decadenza. Quegli stessi mali profondi che oggi purtroppo si ripropongono e ci assalgono in una nuova ondata di malessere. EDITORIALE 9 Questa situazione – questa è la speranza! – può essere nel tempo superata solo facendo leva sull’intelligenza dei tanti talenti, protagonisti della vita culturale di questa città e dal confronto che ne può scaturire. Ci è piaciuto documentare il grosso giacimento di valori qui riposti, dando contezza di ciò in ogni pagina del fascicolo. Partendo da due importanti Convegni svoltisi nei giorni scorsi a Napoli, per iniziativa di cattedratici del livello di Valerio Tozzi, sulle libertà religiose, e di Elio Palombi, sul testamento biologico. Sono in queste occasioni convenuti a Napoli studiosi e politici di ogni parte testimoniando il potenziale di questa Città, a pieno titolo meritevole di aspirare ad un futuro migliore. E le testimonianze di amore e di speranza non finiscono qua. La quantità e la qualità del pubblico che accorre sistematicamente alle “Lezioni di Storia” promosse dall’Unione degli Industriali e dal Corriere del Mezzogiorno sono una riprova ulteriore di una società desiderosa di conoscenza e di riscatto. Le ampie cronache dedicate nelle pagine seguenti al Premio Capri San Michele, organizzato ogni anno da Raffaele Vacca, e al Premio Dorso di Nicola Squitieri rappresentano il nostro contributo alla migliore conoscenza di iniziative che stimolano ancora la tensione positiva di Napoli. La sua Banca è stata al centro di colti ragionamenti e un capitolo specifico del percorso di lettura che proponiamo è dovuto alla firma di Antonio Falconio, autore di un libro-denuncia che sta avendo ampia diffusione, e ad illustri esperti che ne hanno condivisa l’impostazione. Tra essi, il nostro Mimmo Della Corte che già anni fa, come dire ‘in epoca non sospetta’, in un memorabile ‘Quaderno’ inquadrò l’argomento ed oggi è lui stesso, a nome della rivista, a rallegrarsi con il Ministro Tremonti e a porgere il cordiale benvenuto alla Banca del Meridione, in grado di fornire come tutti ci auguriamo un ulteriore cospicuo apporto all’economia. Dalla economia alla poesia il passo non è breve. Epperò desiderando chiudere in bellezza, solo a questo punto rimando il lettore ad una vera e propria preziosità, esclusiva di questa rivista. Maria Orsini Natale, la celeberrima scrittrice vesuviana, ci ha donato una pagina di irripetibile commovente tensione. In occasione della presentazione del libro-intervista di Gioconda Marinelli, “Il girasole della memoria’ edito da Avagliano, la ‘mamma’ di Francesca e Nunziata, in una magica serata su una terrazza a mare di Torre del Greco, ha voluto raccontare a viva voce ai suoi ospiti una commovente autobiografia, parlando di sé e di tutti i libri che ha scritto. Tra gli altri convitati erano presenti Carmela Scarpa e Anna Maria Liberatore Sabini che sono riuscite a raccogliere un testo quasi stenografico di questa irripetibile serata che ho il piacere di offrire ai lettori de Il Cerchio, avendo nel frattempo raccolta la promessa della scrittrice per un pezzo centrato sulla similitudine dei caratteri dei suoi amati ‘vesuviani’ con i forti e gentili abruzzesi cui pure molte pagine di questo fascicolo sono dedicate. Una similitudine che secondo Maria deriva da un particolare rapporto con la ‘Madre Terra’, insicura e precaria in ambedue i casi. Con questo, mi pare però di stare già anticipando i contenuti di un prossimo numero della Rivista col quale non vorremo mancare l’appuntamento.

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