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Editoriale

Il Direttore de 'Il Cerchio' Giulio Rolando 
di: Giulio Rolando 

Con questo ‘Quaderno’, un omaggio riservato agli abbonati ed ai più assidui lettori, si propone un viaggio suggestivo, nel segno dei più alti valori nazionali di ieri e di oggi: il lavoro, la genialità, lo stile e l’eleganza della creazione nuova. L’architettura è tutto questo, ma molt’altro ancora, e per questo, negli anni, la nostra rivista ha voluto dedicare una serie di quaderni o di inserti a speciali rassegne sull’argomento. Partimmo già nel 1998, con il patrocinio della Regione Campania, pubblicando un ormai esauritissimo fascicolo monografico al quale, tra gli altri, collaborarono docenti-architetti del rango di Nicola Pagliata, Domenico Orlacchio, Pasquale Belfiore e Ugo Carughi, esperti del rinnovamento urbanistico a Napoli negli anni ’30, che in quella occasione, seguendo una indicazione di Aldo Loris Rossi, vollero ricordare i nomi degli architetti napoletani che avevano partecipato alla progettazione della Mostra d’Oltremare di Napoli: Marcello Canino, Stefania Filo Speziale, Carlo Cocchia, Venturino Ventura, Luigi Piccinato, Roberto Pane, Giulio de Luca, Ferdinando Chiaromonte, Nino Barillà, Vincenzo Gentile, Filippo Mellia, Giuseppe Sambito e gli Archeologi Amedeo Maturi e Luigi Penta. L’iniziativa suscitò tanta attenzione che l’argomento, in qualche modo attualizzato, ebbe un seguito, forse ancora più in grande, nell’aprile del 2007 con un altro inserto speciale “Architettura e Urbanistica a Napoli” a cura di Pasquale Belfiore e Sergio Stenti, con gli interventi di Ugo Carughi, Giancarlo Cosenza, Guido D’Angelo, Amedeo Di Maio, Carlo Gasparrini, Antonio Franco Mariniello, Domenico Orlacchio, Bianca Putrella, Michelangelo Russo. Il salone dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici accolse la presentazione dei lavori, sapientemente guidati da Benedetto Gravagnuolo. In molte altre occasioni, con gli stessi Autori, ci siamo intrattenuti su specifici aspetti come, più di recente, la vicenda del Centro storico. Parlare delle realizzazioni urbanistiche e architettoniche compiute dagli italiani in quegli anni anche nelle cosiddette ‘colonie’, prima, e in ogni altro angolo d’Africa, dopo, vuol dire ora recare la più immediata e consistente testimonianza del lavoro e del genio imprenditoriale di tante generazioni di connazionali che in ogni tempo e con immensi sacrifici hanno onorato ‘il genio italico’. È a loro che dedichiamo questo fascicolo speciale della nostra Rivista. Si tratta di un impegno editoriale eccezionale, reso possibile dall’entusiasmo col quale eminenti studiosi e ‘viaggiatori’, nel senso più ampio del termine, hanno accolto l’invito a rappresentare la lunga storia e le prospettive future di questa straordinaria vicenda mai interrottasi. Un filo rosso che collega indissolubilmente l’ieri con l’oggi e il domani, il Nord con il Sud d’Italia e del mondo. Venendo dunque a qualche anticipazione delle pagine che seguono, dirò subito che il nostro percorso prende le mosse dalla testimonianza di Sergio Stenti su Rodi, culturalmente il più prossimo degli ex possedimenti, dove l’impronta dell’italianità è ancora viva. Non voglio anticipare altro, ma ricordare soltanto che l’Autore, docente presso la Facoltà di Architettura dell’Università “Federico II” di Napoli, appena qualche anno fa accettò di condurre, come dire, una spedizione degli amici de ‘Il Cerchio’ nell’isola dell’Egeo dove, unitamente alle vestigia urbanistiche e architettoniche, indelebile impronta della secolare presenza italiana, è tuttora verificabile la simpatia e il sentimento di unione che lega le genti di quell’angolo di Grecia al nostro Paese. Dopo l’esperienza di Rodi, nella convinzione sempre che le realizzazioni architettoniche rappresentano la più immediata ed evidente testimonianza dei tempi, la serie di articoli dell’Ambasciatore Sergio Romano dedicati all’Eritrea ha sicuramente animato un nuovo e ancora più vivo interesse per l’architettura coloniale e per l’urbanistica dettata dagli italiani in quelle terre, esempio di una concezione modernissima del vivere assieme, con mirabili edifici di banche ed ospedali, teatri e luoghi di ritrovo e dove i campanili dei conventi francescani spesso confinavano con le torri dei minareti a testimonianza di un vivere uniti forse mai più raggiunto nella storia. L’eminente editorialista del Corriere della Sera, a più riprese dal febbraio 2008, ha messo in luce quando Asmara, già negli anni Novanta dell’Ottocento, per volontà del Governatore Ferdinando Martini, giornalista, critico letterario, narratore, per due anni Ministro della Pubblica Istruzione, assunse il ruolo di capitale e poi, negli anni Trenta, divenne “una vetrina del colonialismo italiano e una sorta di laboratorio sperimentale dell’architettura moderna”. Quasi ineluttabile, quindi, che dall’incontro con Sandro Raffone, docente presso la Facoltà di Architettura della “Federico II” di Napoli, nato e vissuto a lungo in Eritrea, scaturisse, diciamo così, quasi l’esigenza di un nuovo ‘Quaderno’ incentrato sull’architettura della nostra prima colonia. Una disamina profonda e tanto dettagliata, una guida quasi casa per casa, da fare assumere a questo fascicolo lo spessore addirittura di un testo di riferimento, anche in sede accademica. Ma non finisce qua. Siccome – ed è noto a tanti nostri lettori! – riteniamo sempre coniugare la storia ed il passato con l’analisi delle prospettive e del futuro, ecco che con la giovane dottoressa Alessandra Laricchia, instancabile viaggiatrice e profonda conoscitrice dell’economia e delle strutturazioni sociali anche degli angoli più remoti dell’Africa, abbiamo pensato di rivolgerci all’esperienza di Giancarlo Lanna per mettere a fuoco oltre che la realtà di oggi del lavoro italiano in Africa, anche l’impegno futuro della Simest. Pubblichiamo le risposte, rapide ed efficaci del Presidente dell’importante Ente preposto alla valorizzazione dell’imprenditoria italiana all’estero, alle domande rivoltegli dalla minuziosa intervistatrice, mettendo in grado i nostri lettori di prendere atto e di rendersi conto di aspetti di una realtà, quella di regioni africane certo più distanti e meno conosciute ma non per questo meno rilevanti per le sorti di una economia ormai globalizzata in cui è sempre di maggiore spicco il tradizionale impegno dei lavoratori italiani.

 

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