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Editoriale

Il Direttore de 'Il Cerchio' Giulio Rolando 
di: Giulio Rolando 

Mai, come nel caso di questo fascicolo, l’immagine di copertina parla chiaro di per sé e sintetizza, già in prima battuta, il senso delle riflessioni qui contenute. Ciò facilita il compito di introdurre chi si accinge ad un percorso certo non facile, perché non facile è il tempo che viviamo. E, malgrado la emblematica chiarezza della iniziale provocazione, credo si imponga qualche più precisa indicazione sulla scelta dei temi in discussione in questo burrascoso scenario di inizio d’anno e, almeno, qualche cenno sulla sequenza di argomenti in sommario. In ciascuno degli articoli pubblicati si trovano, come tessere di un mosaico, elementi della Babele di cui parliamo. Una Babele, però, nella quale volutamente non entrano a fare parte né inciuci, né cofecchie, né ladrocini vari che pure alle volte su certa stampa, a pieno titolo, entrano nel quadro di un dibattito politico che si caratterizza per “un governo ammaccato, una opposizione stracciata, un Paese avvilito” come causticamente sottolineava Marcello Veneziani (Il Giornale, 2 gennaio) salutando l’anno nuovo.

E da quel momento in questa Babele le cose sono peggiorate ancora. Ma andando con ordine, il nostro sommario, come è proprio di una Rivista di destra, anche se di destra e di sinistra oggi in verità si sente molto poco l’odore, si apre con un servizio a più voci sulle celebrazioni dei centocinquanta anni dell’unità d’Italia. E questa ricorrenza, da cui si poteva ripartire con uno scatto di orgoglio patriottico perché, come pensava Rosario Romeo, “il Risorgimento rimane il processo politico più importante e positivo che il nostro Paese abbia conosciuto nei mille anni di vita della nazione italiana”, è degenerata invece, secondo Gian Antonio Stella (Corsera 19 febbraio) in un indecoroso tormentone. Un tormentone nel quale, per la verità, non è stato certo coinvolto il bel saggio di Domenico Fisichella sulla formazione dell’Italia unita in cui l’esimio politologo, da noi intervistato, considerando il modo in cui il processo di unità nazionale si è svolto, fra l’epico e l’avventuroso, parla de “Il miracolo del Risorgimento”. Miracolo, come dice Fisichella, ma anche “opera d’arte” e “capolavoro di azione e saggezza politica”, concetto sul quale Benedetto Croce ha incentrato tanti dei suoi studi, come ci ricorda sempre Ernesto Paolozzi e come ha voluto di recente sottolineare anche Corrado Ocone (Il Mattino 18 febbraio). E, ancora, l’Ambasciatore Sergio Romano (Corsera, 26 febbraio) ha voluto esprimere la personale convinzione che le celebrazioni del 150° “senza alcun riconoscimento al ruolo che i Savoia ebbero in quella vicenda, sarebbe una colossale bugia storica perché è a Carlo Alberto che dobbiamo lo Statuto, la bandiera nazionale, la prima guerra d’indipendenza e persino l’abdicazione”. Su questa stessa linea di pensiero è l’ avvocato Alessandro Sacchi, il Presidente dell’UMI, che ci ha voluto rilasciare una intervista esclusiva, così che, grazie anche a Il Cerchio, nell’anniversario dell’Italia unita la monarchia non resta “la grande assente”, come denuncia forte lo stesso Antonio Polito sul Corriere del 17 marzo. E qui, per dovere di cronaca parlando di questa nostra Babele, alla quale pure vogliamo tanto bene, dovremo riferirci a quanto ha scritto solo pochi giorni fa Gigi Di Fiore (Il Mattino 24 marzo) sostenendo, da diversa posizione, che “la storia a una direzione non fa mai bene” dichiarandosi anche lui convinto “che nessuno al Sud pensa ad una secessione, ha nostalgia per i Borbone, o è contro l’unità”. Si tratta della pacata osservazione che lo stesso autore recentemente ha rivolto al folto pubblico di Gaeta intervenendo alla tavola rotonda organizzata nella capitale dell’orgoglio meridionale da Sevi Scafetta e moderato con polso fermo da Marina Campanile. La recente e vasta produzione editoriale ‘ultrasudista’, iniziata in pratica con il successo sorprendente del libro di Pino Aprile, trova un momento di sintesi nell’ultimo libro di Marco Demarco, “Terronismo”, appena uscito, e sul quale più diffusamente ci soffermeremo nel prossimo numero. Da parte nostra il sentimento d’attaccamento al Sud abbiamo inteso esporlo ed enfatizzarlo nel solito ampio capitolo ‘Il Cerchio di Napoli’, pubblicando saggi di rilievo storiografico e culturale sul periodo preunitario. Una via diversa, ma certo non nuova per il nostro periodico. Nel sommario che presento largo spazio è dedicato al ruolo propulsivo che in queste celebrazioni ha avuto il Presidente della Repubblica. Con l’autorevolezza propria dell’alto ruolo si è impegnato in “amorevoli cure” per prepararci al Giubileo laico al quale – scrive Marzio Breda (Corriere della Sera, 14 marzo) – “larghi strati della società si dichiarano estranei a ogni sentimento di appartenenza a una Patria comune e non vogliono festeggiare. Dimostrandosi prigionieri di memorie contrastanti”. Nel clima di interesse per la sensibilità patriottica degli italiani, Giorgio Fedel (Corriere della Sera, 21 marzo) solleva il problema spinoso – che ci trova oltremodo sensibili – della “espulsione del fascismo dall’immaginario dell’identità nazionale (ossia del senso di appartenenza al noi collettivo della Nazione). Ci rendiamo conto dell’attualità e della rilevanza del ragionamento di Fedel se consideriamo che anche nel suo per tanti versi apprezzabile intervento conclusivo al Palazzo del Quirinale del 21 febbraio scorso su ‘La lingua italiana fattore portante dell’identità nazionale’ il Presidente Napolitano ha testualmente parlato delle “regressioni che – in ogni campo – il fascismo portò con sé”. C’è qualcosa che non torna se in un momento celebrativo di unità nazionale non si riconosce dignità alla cultura del Ventennio e soprattutto alla comunità politica che vi si riferisce, proprio perché – continua Fedel – “i suoi componenti sono i nostri progenitori. L’inclusione di tale comunità nell’identità italiana ne allarga l’immaginario, definendo una genuia continuità temporale, alla nostra Nazione, la quale può così inserirsi nel continuum passato/presente/futuro. Ed è questa la sfida per avere un destino comune, problematico, ma comune”. L’antifascismo, che è il fattore essenziale di espulsione del fascismo dall’identità degli italiani, è in realtà un ideologismo che serve solo ai tentativi di incrementare gli equilibri di potere che stanno a cuore al politico pratico. Nella Babele di cui parliamo, Fedel non è stato il solo a fare qualche riferimento a questa questione, centrale per la comprensione della storia del secolo scorso. Tullio Gregory il 5 gennaio, sempre sul Corriere, in un dotto pezzo sulla difesa della memoria, essenziale per non perdere l’identità, già sosteneva che “da quel ’68 di cui non abbiamo ancora finito di scontare le pulsioni irrazionali cominciò la lotta contro la memoria, cancellandola anzitutto – grazie ai pedagogisti di quella generazione – dalla pratica scolastica” e subito dopo aggiungeva “dimenticando che sapere è ricordare”. Riprendo il filo della illustrazione del sommario e chiedendo scusa al lettore per la digressione, se digressione c’è stata, torno a far ricorso alle parole del Presidente Napolitano pronunciate in presa diretta dalla Piazza del Quirinale: “Ne abbiamo passate tante, passeremo anche quelle che abbiamo di fronte”. È questo l’auspicio di tutti gli italiani, anche se proprio in questi giorni con l’incendio del nord-Africa tastiamo con mano l’inesistenza dell’Europa, lo sciovinismo degli alleati, l’egoismo dell’America lontana dal Mediterraneo in fiamme. Un inserto speciale di questa Babele- Africa è stato curato dalla stessa equipe che nel numero scorso, non più di tre mesi fa, si era cimentata in una analisi completa e serena dell’importanza del ‘lavoro italiano in Africa’. Al centro del giornale, con l’enfasi che merita, i nostri lettori troveranno, come dire, la via di uscita da questa Babele, guardando con speranza al futuro. Letture di spessore, che fanno riflettere sì sulla attualità, ma che aprono il pensiero a ciò che potrà essere. Autori di grande risonanza onorano con la loro firma la Rivista dando in prima persona i tratti essenziali del proprio lavoro e degli argomenti del successo. E quindi siamo al nocciolo di questa visita guidata al sommario. Alessandrro Barbano, forte dell’esperienza delle interviste a interlocutori di eccezionale rango intellettuale e di altissima competenza dello spessore di Giuliano Amato, Nicola Cabibbo, Umberto Eco, Angelo Scola, Simona Argentieri, Giuseppe De Rita, Sergio Romano, Umberto Veronesi, raccolte nel libro “Dove andremo a finire”, in presa diretta per i nostri lettori tiene una conversazione su ciò che ci attende nel futuro immediato e su quello che già oggi stiamo vivendo in Italia e non solo. Dalla medicina alla politica, alla letteratura, alla religione, alla psicologia, alla fisica, alla sociologia. Con lo stesso metodo di ragionare e riferire in diretta sul proprio scritto, senza il diaframma del recensore, intervengono poi, seguendo la traccia di ciò che maggiormente incide sul pensiero del nostro tempo, Ernesto Paolozzi che torna a parlare di “Croce e il metodo liberale”, cioè delle sue stesse e mai recise radici culturali, Luigi Iannone e il suo “manifesto antimoderno” la voce possente di un giovane pensatore formatosi alla scuola di Ernest Nolte, Adalberto Baldoni reduce dai successi del suo libro su Pasolini, scritto a quattro mani con Borgna, Michelangelo Pisani Masamormile, un inviato molto speciale, recatosi all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, per incontrare un altro Ambasciatore, Maurizio Serra, autore di “Malaparte vie et légendes”, un libro destinato certo ad una vasta eco nella Napoli di oggi, per tanti versi somigliante a quella de “La pelle”. E, parlando di Napoli, interviene, sempre in diretta, Ermanno Corsi con il suo Novecento, anzi “il Nostro Novecento” perché scritto a quattro mani con Pierantonio Toma. Sarà il lettore a valutare, dopo tante letture, se ci sono tutti gli elementi per uscire dalla incredibile Babele. Secondo me sì. L’augurio è di farcela.

 

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